Comune di Lusiana EMAS PEFC

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Informazioni generali

Il nome

Ogni paese racchiude nel suo nome il segreto delle sue origini. Diverse e piene di suggestivi significati sono le opinioni degli studiosi sull’etimologia di Lusiana.

La più diffusa e comune, condivisa anche dai maggiori storici dell’Altopiano, l’abate Agostino Dal Pozzo di Rotzo, l’abate Modesto Bonato di Asiago e il prof. Giuseppe Nalli, trae origine del latino ed è formata dall’unione, alquanto corrotta di “Lucus Dianae”, bosco di Diana, esattamente “bosco sacro a Diana” (perché nella lingua di Roma “lucus” ha il preciso significato di “bosco sacro” e di “radura sacra in un bosco”). “Lucus Dianae” sarebbe stato abbreviato in “Lu – Dianae”, formando successivamente i nomi “Ludiana – Luxiana” ed infine Lusiana.

In questa etimologia rivive il ricordo della folta boscaglia, sacra a Diana, menzionata da Strabone, illustre storico e geografo dell’antichità, la quale copriva questi monti arrivando fino alle sponde del Brenta (Medoacus maior) e a quelle dell’Astico (Medoacus minor). L’esistenza di tale boscaglia è avvalorata anche dal nome di altre località vicine a Lusiana. “Sanctus Lucus”, cristianizzato poi in “Sanctus Lucas”, era il primitivo nome di San Luca e significava “bosco santo”. Da “salicetum”, bosco di salici, trae origine Salcedo, e da “lucus”, bosco sacro, Lugo.

Il sac. dott. Domenico Sartori di Gallio, invece fa risalire il nome “Lusiana” agli antichi galli, i barbari che nel secolo VI a.c. si spinsero nella pianura veneta raggiungendo anche i nostri monti. Tra le misteriose penombre dei boschi, essi invocavano “lugh”, dio della luce e del fuoco. Tale nome con il suffisso “san” avrebbe formato “Luzan”, quindi Lusan e Lusiana. Il Sartori suffraga tale provenienza con il nome di altre località, sparse nella zona, che conservano la stessa radicale, come “Bosco della Luca” nelle vicinanze di Asiago e i già citati San Luca e Lugo.

Recentemente un eminente studioso di toponomastica (scienza che studia l’origine dei nomi propri di luogo) si è dichiarato del parere che “Lusiana” derivi dal nome gentilizio romano “Lucilius”, il quale, con il tipico suffisso dei nomi fondiari latini “anus” o “ana”, ha formato “Luciliana”, cioè “podere rustico di “Luciliana”, evolvendosi poi in Lusciana e quindi in Lusiana. E’ da ricordare, però, che un tempo per Lusiana non si intendeva l’attuale centro del paese, chiamato fino a qualche decennio fa San Giacomo o Sin Giacomo e perfino Signàcomo, ma la vallata di S. Caterina. Infatti per i locali andare “in Lusiana” significava (e per alcuni significa ancora) andare ai Zampese o giù di lì… Pertanto Lusiana è un nome usurpato, come lo è, del resto, anche quello di Conco, da Cùnchele, (piccolo dosso), la borgata dove anticamente esisteva il primo edificio comunale di Conco, additato ancora dai vecchi. All’atto delle spartizioni ambedue i “comuni gemelli” tennero le loro sedi nella Vallata (di qua e di là del Gabbo) prima di avere il coraggio di piantarsi sulle alture. Tutto questo starebbe a dimostrare l’importanza della ubertosa Valle di S. Caterina,, posta fin da tempi remoti a difesa di uno dei più importanti passi verso la pianura.

Queste, e non son tutte, le etimologie di Lusiana sulle quali un serio e approfondito studio potrebbe far molta luce.

Geloso custode della storia di Lusiana, svoltasi nella più lontana antichità, resta il Monte Cornione che si erge, maestoso e isolato come un tumulo, a ridosso del paese. E’ tradizione che sulla cima sorgesse il tempio di Diana, dea della caccia e protettrice dei boschi, identificata dagli antichi con la luna. Si suppone che sia stato costruito dai soldati romani i quali, dai vicini presidi, salivano su questi monti attratti dall’abbondante selvaggina. Il tempio non dovette essere certo una vistosa costruzione. Il più delle volte i pagani s’accontentavano di un piedistallo reggente la statua della divinità, protetta da un tetto qualunque, sostenuto da un giro di colonne o di tronchi d’albero. Poco lontano dal tempio, com’è risultato dal rinvenimento di cocci di terracotta, di frammenti di oliere e di qualche oggetto di ferro, si formò un piccolo villaggio, in seguito distrutto o abbandonato dagli abitanti che preferirono stabilirsi più in basso, nelle vicinanze della sorgente “Val Fontana” e nella sottostante valle, chiamata poi “Valle di Lusiana”, lungo le sponde del torrente Isora e dove questo si immette nel Grabbo. Questi i primi villaggi che diedero origine a Lusiana.

Posizione e confini

La storia di Lusiana si collega, per tempo e per vicende, a quella dell’antica Federazione dei Sette Comuni “Septem Foederata Communia” che unì per molti secoli, con i vincoli sacri di una famiglia, le popolazioni di un pittoresco altipiano delle Prealpi Venete, limitato a Nord e ad Est dalla Valle del Brenta, ad Ovest da quella dell’Astico e a Sud dalla pianura vicentina. Paragonato ad una larga conca, quest’altipiano è protetto a Nord da una catena di cime dolomitiche culminanti nella Cima Dodici (m. 2.341). Il suo fondo ondulato, nelle località vicine ad Asiago, scende al di sotto dei 1000 metri. L’orlo meridionale che, simile ad una gigantesca scarpata, raccorda l’altipiano con la pianura, si mantiene sui 1.300 m., raggiungendo soltanto m. 1.519 sulla cima di Fonte.

Lusiana, il più meridionale e il più basso dei Sette Comuni, non giace sull’altipiano, ma a mezza costa, sul declivio del monte Cornione o Corgnon, a Nord di Breganze e a Nord-Ovest di Marostica. Sembra la vigile avanguardia delle comunità sorelle, nascoste dalla cornice dei monti.

A Nord si eleva solenne il Bertiaga (m.1.356), il monte gigante della zona, con i fianchi coperti di faggi e d’abeti e con la caratteristica cima tappezzata di pascoli, ai margini dei quali spiccano le numerose cave di marmo biancone che ivi si estrae in abbondanza.

A Nord-Ovest, tra Granezza di Asiago e Granezza di Gallio, s’innalza alquanto arretrato, il Monte Corno (m.1.384), la cima più elevata del Comune. Fino a pochi anni fa, la zona era utilizzata esclusivamente per l’alpeggio dei bovini; ora, invece, ha mutato aspetto e finalità divenendo un centro d’attrazione turistica estiva ed invernale.

Quasi al centro del territorio comunale, sorgono le cime inferiori: il Bruniche, sovrastante la contrada Piazza e Campana e, diviso dal Bertiaga dalla stretta e selvaggia valle dello Xante, il monte Linta, sul cui fianco Sud sono allineate le contrade Vitarolo, Marchi e Maini.

Il Monte Cornione o Corgnon è la cima storica del Comune, attorno alla quale leggenda, tradizione e storia suscitano interesse e curiosità. Esso domina la vallata dei Cavassi, quella di S. Caterina, attraversata dal torrente Isora, quella della Busa e del Covalo, anticamente detta “Valle di S. Donato”, nel cui fondo scorre il Chiavone Bianco e, infine, la “Val Brutta”, dove confluiscono vari ruscelli che danno origine ad un ramo del Laverda. Sul pendio meridionale del Cornione sorgono il Capoluogo e la contrada Cobbaro, su quello occidentale le contrade Sciessere e Villanova. Sul fianco che da Sciessere scende ripido verso la contrada Busa, esistono interessanti giacimenti di minerali: calcite, limonite, marcasite. Antistante il Capoluogo, s’eleva il Monte Xausa che domina la vallata del Laverda, offrendo al forestiero le più affascinanti visioni della nostra terra.

A Sud il crinale scende, ripidissimo, verso le valli sottostanti che delimitano il confine di Lusiana.

Il Comune di Lusiana occupa una superficie di 3.423 ettari e confina con Asiago, Conco, Marostica, Salcedo e Lugo di Vicenza. Presenta la forma di un vasto quadrilatero i cui lati immaginari vanno dal Granezza al Bertiaga, dal Bertiaga a Laverda, da Laverda alla contrada Mare e da Mare a Granezza.

Il confine può essere determinato con questi particolari. A Nord, partendo da Granezza, segue la linea Monte Cimone, Fontanella, Campomezzavia, Bivio Sasso; a Nord-Est, Puffele e Val Ceccona; ad Est segue la stessa valle fino alla contrada Pozza, quindi il torrente Grabbo. Dal ponte omonimo scende per l’angusta e profonda valle del torrente Laverda fino al suo incontro con l’altro ramo, proveniente dalla Val Brutta e dalla Val del Ponte, poco lontano dalla chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena.

A Sud il confine è limitato dalla valle che da Laverda sale alla contrada Ponte, per scendere a valle di Sotto e risalire alla contrada Mare.

Ad Ovest è segnato dallo spartiacque che dalla contrada Mare, per Gaspari, Monte Tena, Marziale, sale fino a Granezza.

Anticamente il Comune era più esteso, perché comprendeva anche le contrade situate sui pendii e sulle falde dei monti vicini. Un decreto ducale del 17 agosto 1722 dice infatti: «…Conco, Crosara, Gomarolo, Val di S. Florian e Valonara dette Roveredo Alto siano vere e legitime Contrade di Lusiana». Nel 1725, con una ducale di Luigi Mocenigo, erano annesse al comune di Lusiana anche S. Luca, Felesedo, Costalunga e Costacorta, dette Roveredo Basso.

Anche ad Ovest il confine d’un tempo doveva oltrepassare l’attuale: arrivava forse al torrente Chiavona che scorre presso la canonica di Calvene, perché un’antica tradizione ritiene che quello fosse l’estremo limite dei Sette Comuni.

I confini di Lusiana verso Lugo sono chiaramente definiti dall’istrumento divisionale redatto, in un latino ormai corrotto, il 6 maggio 1340, a Marostica, alla presenza dei rappresentanti dei Sette Comuni e del decano Alberto Mascheroni:

«…& eundo usque ad acquam Laverdae, quae venit de Ponte Terrae cavatae eundo in Vallem Sancti Donati, & de ipsa Valle usque ad Castellarium ultra Vallem, & eundo ad Ecclesiam Sancti Petri, qui mediat Territorium Villae, & Territorium de Fara, Leonedi, & Lugi, Calvenarum & Luxianae, & eundo per Vallem inferiorem serazosus sero Terragni & terraspiti, qui Terragnus, & Terra debet esse Communis Luxianae usque ad Croxariam Milloti sub monte delle Mazze…»

Pochi anni dopo, l’8 giugno 1357, Cangrande II della Scala, riconfermando ai Sette Comuni i loro privilegi, circoscrisse nuovamente i confini di Lusiana quasi con gli stessi termini del precedente documento.

Ora Lusiana comprende le parrocchie di S. Giacomo, di S. Donato del Covalo e parte di quelle di S. Caterina, di S. Maria Maddalena di Laverda e di Sasso di Asiago. La chiesa arcipretale di S. Giacomo e il municipio sorgono a 752 m. sul livello del mare, quasi al centro dell’ideale quadrilatero delimitante i confini del Comune che presenta però un notevole dislivello; infatti, dai 250 m. di Laverda raggiunge quasi i 1400 sul Monte Corno. Abbiamo di conseguenza una diversità di clima, di flora, di coltivazione ed anche di carattere della popolazione.

Attraverso i secoli

Lusiana fu abitata fin da tempi antichissimi, sono state, infatti, localizzate diverse stazioni preistoriche, come quella del Cornione, del Coldinèchele, del Codene, di Velo… Dagli scavi eseguiti, spesso disordinati, è venuto alla luce qualche frammento di vaso costruito a mano e talora rozzamente decorato, ossa e soprattutto raschietti di selce, frecce, alcune anche di squisita fattura. Questi primi abitanti potrebbero essere stati dei Reti o dei Paleoveneti, ma quel che è certo è che anche nel passato questi luoghi godevano di un clima mite e salubre.

Gli indizi che fanno pensare alla presenza dei Romani stanno nella toponomastica con nomi come: Còvalo, Cobbaro, Cògole, Cogolin (da Cubalum), Frigua (frigus = valle fredda), Crosello (Crocellum), Dovighi (Duo Vicus), Rubbio (Ruber = Rosso). Queste località forse corrispondevano a stazioni di genti italiche romanizzate, che negli ultimi secoli dell’impero quassù trovarono rifugio all’incalzare dei barbari. Così si vuole che a loro volta gli stessi Longobardi, di fronte al pericolo franco, trovassero asilo sulle nostre montagne ancora boscose e impervie. Questo spostamento sembra essere stato un fenomeno comune a tutta la montagna vicentina-veronese e dette origine all’insediamento, durato secoli e secoli in luoghi fino allora disabitati o quasi, di quelle popolazioni longobarde che passarono sotto il nome di Cimbre. Armi longobarde rinvenute sul Cornione, ne confermerebbero la presenza. Pertanto la lingua cimbra, oggi motivo di sempre maggiori legami fra la comunità bavarese e quella dei 7 Comuni, sarebbe il retaggio parlato di quel fiero popolo germanico.

A differenza dei paesi più interni dell’Altopiano, data la vicinanza di Lusiana e delle sue contrade alla pianura veneta, da noi il cimbro si estinse dopo il 1600: prima d’allora anche nelle chiese si parlava questo dialetto e i sacerdoti provenivano dalla Germania. Nel 1602 a Vicenza fu perfino stampato un catechismo in tedesco per i popoli dei 7 Comuni. Scomparsa la lingua cimbra, le sue vestigia rimasero radicate nei luoghi, nei cognomi e negli oggetti.

Solo dopo il mille si comincia a far luce sulla storia locale. Così la chiesa di S. Donato del Covolo è ricordata fin dal 1088 come dipendente da S. Maria di Breganze.

Dal 917 le popolazioni dell’Altopiano dipesero spiritualmente dai vescovi conti di Padova (tra loro ha lasciato un ricordo incancellabile nella nostra gente S. Gregorio Barbarico nel 17º secolo). Amministrativamente si ubbidì a tali vescovi fino al 1164. Dopo, l’Altopiano passa alla Repubblica di Vicenza, che riconosce gli antichi privilegi, come l’esenzione delle imposte per persone e sostanze, il diritto di pascolo invernale per i greggi in pianura, l’acquisto del sale senza dazio. Tali esenzioni, concesse in considerazione delle avare risorse del suolo, saranno fieramente difese nel corso dei secoli.

Nel 1236 il crudele Ezzelino da Romano fa dell’Altopiano un suo feudo.

Nel 1259, morto il tiranno, per difendere territori e privilegi, i paesi dell’Altopiano si uniscono nella lega delle Sette terre.

Dal 1260 al 1310 i Sette Comuni accettarono il protettorato e il dominio della Repubblica di Padova, per reagire contro Vicenza, appropriatasi senza diritto di Camporosà, Vezzena, Manazzo e Costa.

Nel 1310 sorge la reggenza dei Sette Comuni, che durerà fino al 1807, e che può essere riassunta nella ben nota scritta cimbra: Sleghe un Lusaan Genebe un Vüsche Ghel Rotz Roboan dise sain siben alten Komeun prüdere Liben («Asiago e Lusiana, Enego e Foza, Gallio, Rotzo, Roana, questi sono i Sette antichi Comuni, fratelli cari»). Lusiana, con Asiago ed Enego, era comune maggiore e disponeva di due voti nelle assemblee e dei due decimi dei proventi e degli oneri.

L’anno successivo gli Scaligeri accettavano la protezione per i 7 Comuni. In particolare Cansignorio (1357) e Cangrande II (1367) assunsero verso di loro un atteggiamento di benevolenza e di stima.

Nel 1388 forse per la chiesa di S. Giacomo veniva fusa la campana custodita oggi a Campana (un tempo chiamata Traversagno). Essa è considerata la più antica del territorio vicentino e reca, in caratteri gotici, questa iscrizione: M.CCC.LXXXVIII. MICHAEL. ET NICOLAUS. ME. FF. La data ricorda il decreto di G. Galeazzo Visconti, protettore dei VII Comuni, emesso nello stesso anno, con il quale il sovrano intimava a Vicenza di cessare da ogni molestia verso gli abitanti dell’Altipiano.

Già un anno prima, alla protezione scaligera era seguita quella di Gian Galeazzo Visconti, durata fino al 1404, anno in cui il doge Michele Steno accettava la dedizione a nome della Veneta Repubblica e riconfermava i vari privilegi.

Si apre così un grande periodo di pace e di prosperità che si protrarrà nei secoli, solo interrotto di tanto in tanto da gravi calamità (terremoti, alluvioni, siccità, pestilenze) e dai tentativi dei nemici settentrionali della Repubblica Veneta di dilagare al piano attraverso i passi delle nostre montagne.

Nel 1447, le truppe di Sigismondo arciduca D’Austria furono respinte fieramente ed inseguite fin oltre la Valdassa; in quell’occasione si distinsero i Cogo, i Nichele e i Salbego di Laverda, premiati dal Veneto Senato con esenzioni, privilegi e titoli nobiliari (potevano vendere vino ed animali senza dovere pagare alcuna tassa, inoltre potevano commerciare sale, lane e armi).

Nel 1508 ritentarono l’impresa i Lanzichenecchi di Massimiliano I, il terribile distruttore di molti paesi e città venete. Essi dilagarono portando saccheggi, distruzione, incendi e morte in tutti i 7 Comuni. Anche la sede del nostro comune venne incendiata: documenti preziosi andarono distrutti. Solo il pronto insorgere delle genti di Lusiana, di Conco e di Gomarolo, li costrinse a ritirarsi ad Asiago e di lì a Trento. Ritentavano l’impresa l’anno successivo, ma nella Val d’Assa, a fianco dei mille uomini della Reggenza, vigilava, inviato dal senato veneto, il capitano Angelo Caldogno. Il nemico accolto, accolto da archibugiate e da macigni, fu costretto ad una disordinata fuga.

In seguito (fine 1500), il costante pericolo, indusse Venezia ad armare le genti dei 7 Comuni istituendo una milizia stanziale, allo scopo inviava 1000 archibugi, che il conte Francesco Caldogno, provveditore ai passi, distribuiva in giusta misura ai quattro quartieri: 1) Asiago; 2) Gallio, Lusiana e Contrade Annesse; 3) Foza ed Enego; 4) Roana e Rotzo. Ogni quartiere aveva a capo un capitano. All’alfiere, invece, era affidato la bandiera del duplice stemma: sette teste da un lato, il leone dall’altro.

Nei primi del 1600 venne introdotta la coltivazione del tabacco e verso la metà la lavorazione della paglia.

Negli anni 1629-30 anche la nostra zona fu colpita dalla peste di manzoniana memoria.

Nella seconda metà del secolo S. Gregorio Barbarico visitò per tre volte il nostro paese e cioè nel 1664, nel 1671 e nel 1688. Nella seconda egli comprese il contrasto fra la comunità di Conco e quella di Lusiana per questioni riguardanti la chiesa di S. Caterina.

Nel 1709, un’ondata di freddo intensissimo investì il Veneto, tanto che la Laguna gelò e Venezia poteva essere raggiunta a piedi. In altri momenti si verificarono carestie e siccità; ma nell’insieme fu un secolo abbastanza tranquillo fino allo scoppiare della Rivoluzione Francese (1789). S’avvicinava la fine della Serenissima e dell’antica Reggenza. Nel 1796, infatti, Napoleone scende in Italia e inseguendo gli austriaci porta la guerra nel Veneto (6 novembre 1796: battaglia di Nove di Bassano).

Nell’aprile del 1797 duemila uomini in assetto di guerra portano aiuto alla morente Repubblica: ultimo segno di fedeltà alla Patria Veneta. Subito dopo vengono rimandati a casa.

Il 16 maggio 1797 finisce il millenario impero di S. Marco. Nel luglio dello stesso anno gli abitanti di Lusiana e di Conco dispongono posti di blocco a Mare, Velo, Laverda, Tortima per fermare i Francesi, ma alla fine devono arrendersi ed accoglierli. La Reggenza diventa Governo della Municipalità. La casa canonica di Lusiana è sede del comando. I Francesi si abbandonano a saccheggi, soprusi, atti di violenza e impongono forti tributi.

Il 17 ottobre 1797, col trattato di Campoformio, il Veneto è ceduto all’Austria. Anche da noi gli austriaci sono accolti con gioia. Ma i Francesi ritornano il 6 novembre del 1805, il nostro popolo è diviso in filofrancesi e filoaustriaci.

Il 29 giugno 1807 per ordine di Napoleone il Governo Autonomo dei 7 Comuni, dopo 497 anni, viene abolito. Asiago è scelto come sede di vice prefettura: i 7 Comuni e le contrade Annesse formano il IV distretto del Dipartimento del Bacchiglione. E’ uno dei periodi più neri e sanguinosi per la nostra gente: vengono imposti pesanti tributi, i giovani sono reclutati, i disertori sono severamente puniti, chiuse le chiese… Tra gli arruolati nell’armata italiana ricordiamo il sergente G. Battista Abriani, morto alla Beresina durante la ritirata di Russia. Col trattato di Vienna (15 giugno 1815) i nostri paesi seguirono le sorti del Lombardo Veneto. L’Austria amministrava con saggezza, favoriva l’industria ed il commercio, ma era severa con le teste calde; inoltre, la polizia usava la verga.

Nel 1836 nei nostri paesi infierì il colera ed i morti furono diverse decine.

Nel 1848 Lusiana offre un figlio alla patria: l’universitario Passuello Berti. Altro patriota lusianese fu l’abate Francesco Sartori.

Nel 1866 anche il Veneto si unisce all’Italia: fra i combattenti con Garibaldi a Bezzecca ci fu anche il lusianese Francesco Cantele (Barba Checo Guardia, dei Cavasi). Molti altri giovani, arruolati invece nell’armata austriaca, combatterono a Sadowa contro gli agguerritissimi Prussiani: ricordiamo Cortese Domenico (Gallo) e Predebon Matteo (Sergente) di Conco.

Con la vicinanza dei confini si sviluppa il contrabbando (zucchero, alcool, tabacco) che durerà fino alla I Guerra Mondiale. Sono però anni difficili e grami, soprattutto per i pesanti e impopolari tributi, come la famosa tassa sul macinato e sul sale. Per questo si rimpiangeva il buon governo austriaco.

Gli anni che vanno dall’Unità alla I Guerra Mondiale sono ricordati per la grande miseria, per la pellagra (comparsa allora per la prima volta), per il grande e disperato esodo verso i paesi d’Europa e d’Oltremare. E’ l’epoca del famoso passaporto rosso, che dava modo di emigrare gratis in Brasile, ma senza speranza di ritorno.

Alle due guerre d’Etiopia (1896) e di Libia (1911) non mancarono i Lusianesi.

Nel 1915 Lusiana e Conco furono compresi nella zona di operazione e la popolazione sottoposta a rigorosa disciplina. I soldati affluirono. Furono costruiti baraccamenti un po’ ovunque, aperte numerose strade, utilizzando come mano d’opera i civili e, per battere la ghiaia, particolarmente le donne. Vennero scavate gallerie e trincee sul Cornione, Bruniche, Coste, Linta, Xausa.

Una teleferica collegava Calvene con Marziale; un’altra Marostica con S. Caterina. Questa vallata diventò un centro di smistamento verso il fronte e di riposo per i reparti. Un acquedotto, poi da valle della Busa arrivava a Ristoro e successivamente Monte Corno.

A Campomezzavia, a Ciscati e a Velo furono sistemati alcuni ospedaletti militari; a Sciessere un deposito del Genio.

Nel 1916 (in seguito alla spedizione punitiva) il comando del XXII Corpo d’Armata ebbe sede a Lusiana presso le Scuole Elementari ed il palazzo Tescari. Il re Vittorio Emanuele, Cadorna, Pecori Giraldi e altri personaggi sono spesso presenti. La popolazione è costretta ad andarsene profuga (dieci famiglie fino ad Ascoli Piceno) e tornerà nell’agosto del 1917; contemporaneamente salgono i fanti, gli artiglieri, i granatieri, gli alpini, i bersaglieri ciclisti. Di questi ultimi torneranno indietro solo le biciclette accatastate sugli autocarri. Gli uffici comunali vengono trasferiti a Vicenza.

Anche il 1917 fu un anno amaro! Ai disagi e ai lutti si aggiunge lo sconforto per la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917). Verso la fine dello stesso anno, il nemico preme su Val Bella, Col del Rosso, Col d’Echele per imboccare le strade di Granezza, Camporossignolo e Puffele.

Nella notte del 7 gennaio 1918 un autocarro con trenta soldati che tornavano in licenza precipita nella Spaluga. Si salvano un ufficiale e l’autista.

Il 28 gennaio 1918 si prepara la controffensiva: migliaia di giovanissimi soldati percorrono le nostre strade, a Vitarolo son pronti gli arditi del I Reparto d’Assalto, a Gomarolo e a Fontanelle i bersaglieri della IV Brigata, i fanti della Brigata Sassari e quelli della Brigata Liguria.

Nel marzo 1918 viene ricostituita l’Armata degli Altipiani (truppe italiane, francesi, inglesi). Si rinforzano le fortificazioni. Altre vengono preparate a Lusiana, Covalo, Salcedo, Conco, Fontanelle, Crosara. In questo periodo la spagnola lascia quasi un centinaio di morti.

Il 28 ottobre 1918 gli Austriaci abbandonavano Gallio e Asiago: gli eventi precipitavano. La guerra finiva: Lusiana vi aveva contribuito con ben 107 persone care.

Nell’immediato dopoguerra si cercò di riparare alle ferite inferte al territorio bonificando i boschi e le montagne: le piante rovinate furono tagliate; (il 35% distrutto il 50% gravemente danneggiato) dopo che i residuati bellici, raccolti dai prigionieri di guerra e successivamente dai recuperanti, erano stati portati al piano mediante la tranvia Conco-Marostica.

Gli anni fra la fine della guerra e l’avvento del fascismo non furono dei migliori: si verificarono contrasti e più di qualche giovane, piuttosto di accettare idee politiche che non condivideva, preferì emigrare all’estero. Altri, invece, furono costretti ad emigrare, poiché non erano state mantenute le promesse fatte ai soldati in trincea.

Nel periodo fra le due guerre mondiali, tuttavia, il paese di Lusiana vide una certa fioritura di opere pubbliche, fra cui la realizzazione dell’acquedotto e del cimitero maggiore, dei monumenti di S. Caterina e di Lusiana, della casa del fascio e della Colonia Alpina, del rimboschimento del versante est di Monte Cornione, fu completata la strada di Laverda e rifatto il tratto Valle-Covalo-Busa, sistemata la piazza del Centro e la facciata di San. Giacomo.

La guerra d’Abissinia e di Spagna vide presenti diversi lusianesi.

La Seconda Guerra Mondiale, poi, portò nuovi lutti, fame e sacrifici, divise il paese e fomentò gli odi. Fra i generi di prima necessità mancava perfino il sale e le donne raggiungevano a piedi Venezia e Chioggia per procurarne qualche chilo in cambio di tabacco. In quell’epoca Lusiana accolse per qualche tempo una colonia di ebrei greci deportati e subì l’ospitalità di una guarnigione di tedeschi, il cui comando aveva sede in Villa Maria.

Chiuso con la liberazione il capitolo delle ostilità, la popolazione si trovò in gravi disagi economici, essendo venuto a mancare il denaro che mensilmente il comando tedesco (O.T. chiamata “tota”) sborsava in cambio dei lavori di fortificazione. Si doveva partire da zero. La miniera di lignite della Val del Ponte, il bosco, il contrabbando, qualche cantiere di lavoro furono le prime risorse della nostra gente. Le famiglie attendevano il permesso di emigrare. Intanto i più giovani e temerari, intraprendevano il cammino della speranza passando clandestinamente il confine attraverso il Monte Bianco.

Dal ’45 al ’50 lentamente la vita incominciò ad ingranare: apparvero le prime moto (vespa, galletto, laverda), ogni casa ebbe la radio, sorsero le prime timide imprese edili, ma il pacco degli zii d’America (con le robe usate) era sempre gradito.

Nel decennio ‘50 – ’60 e fino agli anni ottanta le condizioni di vita migliorarono ulteriormente: quasi ogni famiglia ha, oltre al televisore e gli altri principali elettrodomestici, una o più automobili. Si verificò, inoltre, una seconda grande fioritura di opere pubbliche e private: dalle scuole alle casare, dalle strade all’impianto idrico familiare, dalla illuminazione pubblica alle fognature, dal municipio agli ambulatori, dagli edifici sacri ai monumenti, dai rimboschimenti alle opere idrogeologiche… Le abitazioni migliorarono ed il paese cambiò volto.

Tuttavia Lusiana ha visto diminuire di un quarto la sua popolazione, stabilitasi dapprima all’estero o fuori della nostra regione e ultimamente nel vicentino.

Lo stemma comunale

Lo stemma Privo di un emblema proprio sin dal secolo scorso, visto che adottava quello dei Sette Comuni: il fatto non denota necessariamente una mancanza d'identità; semmai sottolinea la posizione politica di Lusiana, confinante con la ricca pianura e da essa attratta assieme alle antiche contrade annesse di S. Luca, di Laverda ecc. a questo Comune affiliate: forza d'attrazione non sufficiente però a disaggregare l'unità dei Sette Comuni, alla cui appartenenza comunque dipendevano i privilegi concessi dalla Serenissima; ecco dunque Lusiana voler sottolineare questa volontà di far parte della Reggenza, il bisogno di marchiare quest'identità politica messa a confronto con i paesi del piano: adottando lo stemma dei Sette Comuni (anche) dopo la soppressione della loro Federazione e dei relativi privilegi, Lusiana sembra voler dire: il mio territorio rasenta la pianura e con esso la mia gente; ma le radici stanno a monte, nella fratellanza dei Sette Comuni. La questione di avere però un proprio, preciso simbolo, si pone allorché Asiago sta edificando il nuovo Municipio. Il sindaco asiaghese aveva inoltrato una lettera a tutti i Comuni dell'Altopiano (correva l'anno 1924), per conoscerne gli stemmi. A questa lettera Lusiana risponderà il 9 febbraio 1928 facendo presente che le pratiche per ottenere lo stemma erano in corso. A questo punto però, non ci fu più un seguito e così, il Podestà di Asiago in assenza di indicazioni, disporrà: "Lusiana non ha stemma. Si faccia un (L) azzurro in quel campo che più conviene". L'iniziale L naturalmente sta per "Lusiana" e dunque s'intendeva con ciò esprimere col toponimo, di per sé all'epoca ritenuta particolarmente significativa, l'emblema del comune: vigeva infatti la tradizione, avvalorata dagli storici, che Lusiana significasse "bosco di Diana". Ma la storia dello stemma di Lusiana non si ferma qui: pervengono al Comune varie nuove proposte costruite sul tema del tempietto a Diana del Monte Cornion; in totale ben sei progetti: tre mostrano un colonnato in rovina con accanto e allo sfondo un bosco e la scritta "Lucus Dianae", bosco di diana; gli altri tre invece presentano un tempietto integro e con cupola, allo scudo la medesima scritta, ma con diversi sfondi: la solita selva, un monte con tre pini, il cielo; quest'ultima elaborazione mostra due versioni: su di una è disegnato il tempietto con un monte sovrastato da tre pini in secondo piano; sull'altra invece lo stesso tempietto è posto sulla sommità d'un colle; il tempietto è affiancato da 4 pini (due e due) con la scritta in punta (errata!) Locus Dianae. Non si sa a chi si debba l'esecuzione di questi disegni. Certo è che le due ultime raffigurazioni sono quelle che più si avvicineranno al progetto definitivo, che sarà eseguito dal Conte Giovanni da Schio, il quale lo accompagnerà con la seguente nota storica datata 18 novembre 1930: "Secondo persistenti tradizioni sembra che il territorio fosse nelle origini abitato da una popolazione primitiva euganea con civiltà greco-romana. Più tardi (1260) formatasi la LEGA poi REGGENZA DEI 7 COMUNI, il Comune di Lusiana non usò, a quanto ricordasi, mai un suo stemma proprio; bensì usò per sé le insegne medesime che appartenevano alla REGGENZA, DISTRETTO, CIRCONDARIO e del Consorzio della proprietà dei boschi dell'Altopiano; solo diversificate con la scritta: LUSIANA, su la fascia rossa che ne attraversa lo scudo. Dovendo il Comune una alfine particolarmente per sé adottarne ben potrebbe farlo traendone i motivi da la tradizione tuttora viva dell'origine sua. Dicesi infatti ancora che nel bosco del vicino Monte Cornione si praticasse il culto di Diana, prendendo perciò quel bosco il nome di LOCUS DIANAE, da cui LUSIANA. Ivi tutta la zona è stata sempre ed è tuttora coperta vastamente di foreste; la caccia stessa, come tuttodì lo è, vi deve essere stata sempre abbondantissima. In conseguenza potrà l'arme di Lusiana comporsi a nuovo come segue:

Scudo: spaccato a punta: 1º d'azzurro al crescente d'argento, (la luna sacra a Diana), 2º di verde ai tre abeti al naturale, male ordinati, due in fascia attraversanti la partizione con le vette accostanti il crescente, uno in punta, tutti nutriti dal campo (il bosco di M. Cornione).

La relativa delibera podestarile di accoglimento del progetto e di avvio della procedura verrà poi presa il 4 marzo 1931 da Tullio Tescari. Questa elaborazione comunque verrà sostanzialmente accettata dalla Consulta Araldica, la quale così modificherà stemma e blasonatura: D'azzurro a tre abeti al naturale bene ordinati sulla montagna di verde, accompagnati in capo da un crescente montante…" seguono le solite disposizioni sul capo del littorio e sugli ornamenti esteriori da Comune; con la stessa determinazione (R.D. 9.XI.1933) verrà concesso anche il gonfalone, che non si discosta dalla norma. Per i tre abeti si pensa possano rappresentare i tre antichi colonnelli formanti il Comune di Lusiana, e cioè S. Giacomo, S. Donato e S.ta Caterina (quest'ultima corrispondente all'abete più basso). Il campo azzurro o richiama il concetto della colorazione naturale del cielo oppure, più probabilmente, alla veneticità di questo colore. Infatti si trova espressamente indicato per la "L" famosa e quale campo dello stemma del Consorzio dei Sette Comuni ove, l'azzurro richiama la storica alleanza dell'Altopiano con la Serenissima, perduta Repubblica.

Stemma e gonfalone di Lusiana Stemma e gonfalone di Lusiana datati 1933, tratti dal saggio "sullo stemma di Asiago, della reggenza e degli altri 7 comuni vicentini" di Giancarlo Bortoli.

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